Una serie di contributi per farci compagnia in questi tempi di โreclusione forzataโ.
Il Centro Culturale di Milano ci invia un contributo per guardare a questa situazione come una occasione.
Il tempo della persona
Ti rivolgiamo un pensiero e lo rivolgiamo anche a noi stessi, volendo riecheggiare quellโintento che anima il Centro, sia in chi propone sia in chi suggerisce, in chi partecipa, uscendo il pomeriggio o la sera per incontrarsi qui, o in chi segue in questi giorni a distanza. La prima cosa, il primissimo moto, sarebbe il desiderio di essere vicini, a contatto con chi soffre o ha lasciato i suoi cari. Questa vicinanza fisica รจ la cultura perchรฉ essa รจ un gesto che poi -solo poi- diventa parole, testo, riflessione, immagine, musica. Questo gesto รจ essere presso la Veritร , desiderarla, tesi a essa, vicini fisicamente a lei. In questi giorni di reinvenzioni digitali per imitare tale vicinanza, a testimoniare quanto questo gesto ci manchi nella sua realizzazione pratica, non si puรฒ negare lโassoluta veritร che si manifesta nel bisogno e nel suo metodo che risiede in quella vicinanza allโavvenimento, alla veritร . Ma non basta imitare il modo o moltiplicare gli eventi: quel che sta accadendo invita a qualcosa che non sia meno del ricapirlo e riscoprire da dove proviene. Questa cultura, questo valore del gesto, infatti, da noi si sono espressi e diffusi per calore induttivo da quel momento in cui โil Verbo si รจ fatto carne e ha preso ad abitare, fisicamente, in mezzo a noiโ e per la scelta di seguire, anche nel quotidiano, tale vertice. Per questo da subito ci sono sembrate vere e nuove -sin dai primi giorni, da quando ci si รจ soffermati sul #milanononsiferma a quando si รจ passati a #iorestoacasa โ le parole di Giovanni Testori, uno degli iniziatori e sostenitori delle origini della nostra presenza culturale. โLa cultura non credo sia la letteratura, il teatro, la scienza, la poesia; io credo invece che la cultura (una definizione che piรน o meno vado ripetendo) sia la forma che prende e onora la conoscenza, la coscienza religiosa della vita in un determinato momento della storia. Quindi praticamente tutta lโesistenza รจ cultura di tutti gli uomini, quando diventa forma di questa coscienza religiosa. Allora รจ cultura come uno vive, come dorme, come si muove, come pensa, come studia, come lavora; รจ cultura una madre, un padre, รจ cultura la famiglia, รจ cultura, soprattutto, la liturgia, ed รจ cultura lโoperare in un giornale, i romanzi, la poesia, la pittura, dentro questa totalitร ; separata, io non credo sia piรน cultura.โ Non basta cambiare pelle, non serve domare lโimprevisto con la voce familiare della nostra riflessione o di giuste previsioni. Occorre avvertire lโinvito a un cambiamento di sรฉ, insito nella circostanza che tutti viviamo. Le cose non ci cambiano da sole o automaticamente, se non in peggio e, se in meglio, sarebbe solo questione di fortuna. Cosi come un figlio non รจ sufficiente a ricomporre una lontananza profonda tra un uomo e una donna. Occorre scorgere e cogliere quale sia questo โinvitoโ. Quellโ โinvito a qualcosa di promettenteโ, come ci siamo prefissi nel tema del Centro di questโanno. Una parola che rinvia oltre sรฉ, questo รจ il mondo, questa รจ la realtร : un invito a qualcosa di promettente.
In questi giorni molte originali riflessioni ci parlano e dicono, riguardo alla fiducia, a rapporti nuovi, che la globalizzazione non รจ e non รจ stata la comunitร . Se lโevidenza positiva di questi giorni รจ dunque che, siccome siamo a distanza, ognuno รจ sospinto a credere che ciascuno stia guardando il mondo in modo piรน giusto, piรน serio, piรน pensando agli altri, magari cedendo da un suo primo scetticismo o realismo navigato, noi pensiamo che si debba appartenere, lasciarsi appartenere a quella evidenza che tutto non si fa da sรฉ e far diventare propria, personale, questa dimensione. Come? Imparando e guardando. Ad esempio i ragazzi nella scuola online che dicono โnon รจ per la interrogazione o la verifica.. ma dovrebbe essere sempre cosรฌ, perchรจ alla fine lo fai perchรจ finisci per innamorarti delle cose che fai e non la senti come unโoppressioneโ o gli infermieri e i medici che dicono โnon sono solo un infermiere, sono anche il saluto, la carezza a chi muore da solo..โ La circostanza che viviamo non sarร vana, non solo organizzativamente, se sapremo credere, fino in fondo, in quella coscienza e religiositร di cui parla Testori e farne la nostra vita.
Per questo desideriamo condividere ancora un pensiero, questa volta tratto da uno dei nostri grandi maestri, Charles Peguy, segnalato da don Giussani nel suo libro โGenerare tracce nella storia del mondoโ (ed. Rizzoli) per descrivere cosa sia appartenere a un popolo, a una scelta, a una chiamata. Un brano tratto da i Cahiers de la Quinzaineโ, la rivista che vedeva il giornalista saggista francese praticamente unico redattore e spedizioniere.
โQuando lโallievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando lโallievo non รจ che un allievo, fosse pure il piรน grande degli allievi, non genererร mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioรจ nella misura in cui non รจ allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dallโaltro per le vie naturali della filiazione, non per le vie scolastiche della discepolanzaโ. La risonanza nuova nasce da un gesto, dal credito continuo a un affetto e a una ragione che lo sostiene. Sarebbe, in altre parole, voler toccare la fonte, bere da essa, direttamente. Non solo: che divenga in noi fonte che zampilla.