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“Una Passione per l’uomo”: l’associazione De Gasperi celebra 25 anni di attività a Legnano

Previsti due momenti di confronto al salone dell’aratorio Santi Martiri a Legnano. Venerdì 24, confronto sul tema “Noi, il Papa e la guerra”, sabato 25, cinque realtà locali discuteranno su “Fare cultura a Legnano”

L’associazione De Gasperi, fondata a Legnano nel 1997, è arrivata al 25° anno di vita.

Per celebrare la ricorrenza, sotto il titolo “Una passione per l’uomo” l’associazione propone due momenti di confronto al salone dell’oratorio Santi Martiri a Legnano.

Abbiamo pensato di ricordare questa ricorrenza con due iniziative pubbliche sotto lo slogan “Una passione per l’uomo”,  rese possibili dalla disponibilità della Parrocchia dei SS. Martiri, che ringraziamo, la prima di carattere generale e la seconda di interesse più locale.

Iniziamo venerdì 24 Giugno mettendo a tema il pensiero di Papa Francesco sulla pace e sulla guerra espresso nel libro curato da Andrea Tornielli: Contro la guerra – Il coraggio di costruire la pace, ed. Solferino.

Su questo tema attualissimo abbiamo chiamato per un aiuto e approfondimento tre esponenti del mondo cattolico: Giovanna Parravicini, Fondazione Russia Cristiana;  Paola Gilardoni, della Segretaria Generale CISL della Lombardia; Marzia Pontone, comunità di S.Egidio, e consigliere comunale di Milano. 

A moderare Ivo Paiusco, presidente dell’Associazione De Gasperi.

Il secondo evento prende spunto dal fatto che, oltre alla De Gasperi, altre realtà associative e culturali di Legnano festeggiano nel 2022 un anniversario importante. Per questo le abbiamo chiamate sabato 25 giugno a testimoniarci cosa vuol dire per loro “fare cultura” a Legnano.

A moderare Antonio Pariani, past-president dell’Associazione De Gasperi.

Parteciperanno: Associazione Artistica Legnanese (75°), Libreria Nuova Terra (50°), Cooperativa Sociale La Carovana (40°), Premio di Poesia “Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi” (40^ ediz.),  Associazione Alcide De Gasperi (25°).

Altri eventi legati al nostro 25° anniversario seguiranno da qui a fine 2022

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25 anni insieme

Nel pomeriggio del 18 giugno 1997 presso lo studio del Notaio Fenaroli, allora in Via Giolitti a Legnano, fu siglato l’atto costitutivo dell’Associazione Alcide De Gasperi da nove soci fondatori, nelle persone di Boioli Mario Armando, Bombelli Giuseppe, Chierichetti Albertina, Leonardi Carlo, Paiusco Ivo, Peluso Mario, Saredi Rita, Schiavi Alessandro, Trucco Roberto. 

Del primo Consiglio Direttivo, fecero parte: Schiavi Alessandro, Chierichetti Albertina, Paiusco Ivo, Saredi Rita e Boioli Mario. Assunse la carica di primo presidente il prof. Schiavi Alessandro, docente di Geografia all’Università Cattolica di Milano.

In questi anni purtroppo ci hanno lasciato dapprima il maresciallo Mario Peluso, poi Rita Saredi e da ultimo Carlo Leonardi, cui va il nostro sentito ricordo, insieme agli altri amici che da allora sono mancati (Mariangela Restelli, Giorgio Ciapparelli, Michele Troisi, Achille Fumagalli, Peo Albini, Oscar Tessari): verranno ricordati nella Santa Messa celebrata sabato 25/6 p.v. alle 18 nella chiesa dei SS.Martiri a Legnano. 

In questi 25 anni la presidenza dell’associazione  è stata ricoperta anche da Antonio Pariani e da Ivo Paiusco, attuale presidente. Oggi il Consiglio Direttivo è composto da sette persone: Ivo Paiusco, Trucco Roberto (vice presidente), Nadia Ricchetti (Tesoriere), Camillo Marazzini, Luca Mondellini, Emilio Calloni e Luciano Piscaglia.

L’associazione De Gasperi è nata per non disperdere il patrimonio ideale del partito della Democrazia Cristiana legnanese. Dopo le elezioni amministrative del 1993, le ultime che videro presente la DC a Legnano con candidato sindaco Paolo Alli e la successiva divisione politica del partito tra componente di centro sinistra aderente al PPI (Partito Popolare Italiano) e quella di centro destra aderente al CDU (Cristiani Democratici Uniti) si concordò anche la divisione del patrimonio della DC locale. La sede di Via Dante, fu venduta alla contrada di Legnarello e il ricavato fu utilizzato da due nascenti associazioni appositamente fondate e facenti riferimento alle due componenti di cui sopra, rispettivamente “La Sorgente” per l’area di centro-sinistra e appunto l’associazione “Alcide De Gasperi” per l’area di centro destra. Le stesse associazioni poterono quindi acquistare un immobile ciascuna come propria sede, che divenne il presupposto patrimoniale fondamentale per ottenere il riconoscimento regionale.

Ciò vuol dire che la De Gasperi è associazione con personalità giuridica, che risponde con il proprio patrimonio, senza pregiudicare quello dei dirigenti. La scelta opportuna della personalità giuridica fu condizione posta dall’ultimo Direttivo della DC perché la cessione di cui sopra potesse andare a buon fine.

Negli anni a seguire la “De Gasperi” ha continuato a sostenere per diversi anni, con la disponibilità della propria sede, le formazioni politiche cittadine dell’area di centro-destra fino all’esperienza di Alternativa Popolare, ma nel contempo ha portato avanti una propria attività culturale autonoma, avente come finalità e destinatari in modo particolare il mondo cattolico. Lo statuto infatti recita nello scopo sociale: “L’Associazione ha per oggetto la promozione e la diffusione della cultura cattolica e della dottrina sociale della Chiesa attraverso la valorizzazione e il sostegno della presenza pubblica dei cattolici in Legnano e nel circondario di Legnano, nelle varie forme, associative e non, che ad essa fanno riferimento, comprese organizzazioni a carattere politico che si richiamano all’applicazione della dottrina sociale della Chiesa”. 

Una comune formazione culturale e apertura al sociale mutuata dai nostri soci nella vita del mondo cattolico ha portato in questi anni, compresi i più recenti, a farsi carico di responsabilità a livello culturale, sociale e politico fino anche a responsabilità di carattere nazionale, ma senza in questo coinvolgere direttamente l’Associazione, la quale ha profuso i suoi sforzi in una attività culturale pre-politica, concretizzatasi in decine di incontri pubblici e iniziative di carattere culturale.

In particolare è stato molto proficuo negli ultimi anni il legame instaurato con l’Associazione Italiana dei Centri Culturali (AIC), alla cui attività contribuiamo sia con la messa in comune dei nostri eventi su una piattaforma nazionale, sia nella realizzazione di formats destinati alla diffusione tramite il Meeting di Rimini, come nel caso dei alcuni podcast di presentazione di libri facenti parte dell’iniziativa Book Corner.

Non va poi dimenticato l’aspetto di collaborazione negli eventi realizzati insieme ad altre realtà locali a prossime, dalla Famiglia Legnanese al Centro Culturale San Magno, alla Libreria Nuova Terra, all’Istituto Tirinnanzi, a varie amministrazioni locali tra cui Legnano, oltre a diversi centri culturali della rete AIC.

I due anni di pandemia hanno stimolato una ormai strutturale iniziativa rivolta al pubblico tramite i social media, con singole iniziative e incontri on-line che hanno totalizzato centinaia di visualizzazioni. Ora però è tempo di ritornare a operare in presenza, poiché il rapporto personale è insostituibile se si vuole trasmettere, condividere o anche dialettizzare un giudizio su ciò che accade o su ciò che si dice.

Siamo ora protesi ai prossimi 25 anni cercando di individuare i volti dei giovani che prenderanno le redini al posto di noi “vecchi” per non disperdere quel poco o tanto di patrimonio e di stima creato in questi primi anni di attività. Restano sempre fissi comunque un principio e un compito che vuole rispondere a una domanda: “Perché mettersi insieme? Per che cosa impegnarsi?” Prendiamo la risposta da una citazione di Mons. Luigi Giussani di cui quest’anno si ricorda i il centenario della nascita:

“Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo? Per strappare agli amici, e se fosse possibile a tutto il mondo, il nulla in cui ogni uomo si trova. Incontrando noi (…) uno si senta come afferrato nel profondo, riscosso dalla sua apparente nullità,  debolezza, cattiveria o confusione, e si senta come d’improvviso invitato alle nozze di un principe.” 

Vita di don Giussani, di A. Savorana, cap. 37, p. 1117

“Credo che un cristiano debba vivere la sua vita personale, e operare, con tutti gli strumenti sociali di cui può disporre, una lotta decisiva, una lotta accanita a quello che mi sembra il carattere mortale della cultura moderna, (…) una lotta decisiva al nichilismo.”

Vita di don Giussani, di A. Savorana, cap. 30, p. 909
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Presentazione del libro: L’epoca mia sembra fatta di poche ore di Mario Lo Pinto (in presenza e in diretta streaming)

L’Associazione Alcide De Gasperi, unitamente alla Libreria Nuova Terra e con il patrocinio dell’Associazione Italiana Centri Culturali, è lieta di invitare alla presentazione del libro 

L’EPOCA MIA SEMBRA FATTA DI POCHE ORE – L’incontro che ha cambiato la mia vita”,

di Mario Lo Pinto, editore Mimep-Docete

Giovedì 19 Maggio 2022, ore 21 presso la Libreria Nuova Terra di Via Giolitti 14 a Legnano e in diretta streaming sui social dell’Associazione De Gasperi

Interverrà con l’autore Andrea Caspani, direttore della rivista Lineatempo e autore della prefazione.

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Questo evento si inserisce in una serie di iniziative per celebrare i 25 anni dell’Associazione, costituitasi a Legnano nel giugno 1997.

Mario Lo Pinto, classe 1953, vive a Legnano con la famiglia dal 1985, dopo aver trascorso i precedenti anni a Milano. Laureato in Agraria ed esperto a livello internazionale di maiscoltura, attualmente pensionato, partecipa attivamente alla vita sociale della nostra città in quanto responsabile dalla fondazione della “Casa di Accoglienza  Gianpaolo Negri”, nata per dare ospitalità ai parenti dei ricoverati negli ospedali di Legnano e Castellanza. E’ anche tra i responsabili dell’associazione “Il Cantiere” che da anni fornisce un servizio gratuito didoposcuola a ragazzi di medie inferiori e superiori presso l’oratorio di Legnarello.

La sua competenza specifica nel settore agricolo e ambientale lo ha visto anche come componente anni fa del comitato di gestione del Parco Alto Milanese e, ancor prima, membro del Comitato Comunale dell’ultima Democrazia Cristiana a Legnano. E’ stato tra i promotori e fondatori della scuola elementare “L’Arca” e, per un significativo periodo, segretario della comunità di CL di Legnano.

Nel libro “L’EPOCA MIA SEMBRA FATTA DI POCHE ORE” Mario Lo Pinto descrive con arguzia, autoironia e non comune capacità di giudizio l’esperienza dei suoi anni di formazione umana nel decennio 1970-80, trascorsi nelle scuole superiori e all’Università e segnati dall’appartenenza prima a Gioventù Studentesca e poi a Comunione e Liberazione, tra il ’68 e l’impatto dell’incontro con don Luigi Giussani. E proprio in occasione del centenario di nascita di Giussani (1922-2022) Lo Pinto ha voluto editare il suo libro. 

Il titolo del libro è tratto dalla canzone di Paolo Conte “Una giornata al mare”.

L’opera è dedicata “ai miei nipoti per quando crescono, ai miei figli e a chi vorrà leggere”.

Segue la dedica una citazione iconica e chiave di lettura dell’opera tratta dall’Epistolario di Cesare Pavese: “Perché si debba star meglio, comunicando con un altro, che non stando soli, è strano … Mistero, perché non ci basti scrutare e bere in noi ma ci occorra riavere noi dagli altri”. 

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In diretta da Legnano: Presentazione del libro “Maïti – Resistenza e perdono”

In diretta dalla Libreria Nuova Terra di Legnano la presentazione del libro
Maïti. Resistenza e perdono
di Maïti Girtanner – Guillaume Tabard (ed.Itaca)

Dialogo con:
Daniele Bonanni, traduttore del libro, seminarista Fraternità San Carlo
Giorgio Paolucci, giornalista.

Lunedì 28 marzo 2022 ore 21
Libreria Nuova Terra (Via Giolitti, 14 – Legnano)

«È questo il cuore della mia storia:
il perdono offerto a colui che fu il mio carnefice»
Maïti Girtanner

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L’UCRAINA E NOI/ La guerra finisce solo grazie a uomini pacificati (come Francesco) – da ilSussidiario.net del 9 Marzo 2022

Chi fa la guerra è chi non è in pace con se stesso. Per fare e volere la pace bisogna cambiare mentalità: desiderare la cura. La lezione di papa Francesco

di Carlo Arrigone
Leggi su ilsussidiario.net

on si parla d’altro, cioè non si pensa ad altro, e questo dovrebbe dirci qualcosa sulla nostra poca libertà di pensiero, su quanto sia fissato e ossessionato il nostro pensiero. Questo possiamo osservarlo indipendentemente dal contenuto: veniamo da un lungo periodo in cui non si è parlato d’altro che di virus (numeri, coprifuoco, guerra alla pandemia, morti), ora ci siamo infilati nel pensiero monotematico in cui non si parla d’altro che di Putin (Russia, Ucraina, guerra, morti).

Dovrebbe essere facile osservare che il pensiero è lo stesso: la guerra. Poco importa se alle piantine dell’Italia, divisa in regioni rosse o bianche, si sono sostituite le piantine dell’Ucraina, se ai numeri di Covid si sono sostituiti i morti per i bombardamenti, se alla battaglia per combattere la pandemia si è sostituita la strategia di Putin e la strategia per combattere Putin.

Abbiamo sempre in testa la guerra. Addirittura in medicina si parla di guerra alla malattia. In fondo anche i pacifisti hanno sempre in mente la guerra, nel loro continuare a professare il “no alla guerra”.

Dovremmo aver il coraggio, per una volta, di concludere che “abbiamo la guerra in testa” e che la conflittualità con l’altro è l’espressione di una guerra che è dentro ciascuno di noi, anche se solo in alcune occasioni emerge.

Il conflitto irrisolto

Ma questo ha presa sul nostro pensiero, solo in chi non ha risolto la guerra (il conflitto) che ha dentro. L’essere umano è ambivalente; in lui albergano sempre due spinte che sono (apparentemente) in contraddizione: la pulsione di vita e la pulsione di morte, come Freud ci ha insegnato. Possiamo facilmente riconoscerla in amore e odio, attrazione e repulsione, piacere e disgusto, guerra e pace ecc. Ma, se nella persona normale questa ambivalenza si risolve nel prevalere della spinta vitale sulla spinta mortifera, nella persona irrisolta il conflitto rimane aperto e diventa tutto interno al soggetto. Questo porta ad una serie di contraddizioni, che vediamo nei repentini cambi di fronte nei rapporti: gli amori apparentemente più forti si trasformano in odio viscerale, le persone più pacifiche si possono trasformare in nemici estremamente determinati e aggressivi e così via.

La stessa cosa possiamo notarla, ad esempio, nei repentini cambi di umore e nell’alternarsi di euforia e depressione. In altre parole, il conflitto esterno, che sia un conflitto tra due o guerra tra nazioni, è comprensibile se lo riconosciamo come conflitto interno.

La cultura della guerra

Dobbiamo riconoscere che esiste una cultura della guerra in cui siamo tutti immersi. Basti pensare a quanti sognano che Putin venga “fatto fuori”, cioè ucciso. “Fare fuori” fa parte del nostro linguaggio abituale: “facciamola fuori” è un modo di pensare alla soluzione di un alterco; “ti faccio fuori” è un modo simbolico per segnalare la rabbia verso un’altra persona.

Cultura che si può intendere come coltivazione: non si coltiva solo l’insalata, si coltivano anche i pensieri. Ed eccoci tornati al punto di inizio: non abbiamo in testa altro, vuol dire che noi coltiviamo continuamente, testardamente il pensiero della guerra, in tutte le forme in cui la possiamo concepire.

I mezzi di comunicazione non sono certo innocenti su questo, anzi dettano i tempi e i temi del nostro pensare.

L’impotenza

Tutti quanti in questi giorni ci siamo sentiti impotenti, sia a livello personale, sia nella più grande comunità delle Nazioni. L’impotenza è la vera faccia del Potere. Perché il Potere in fin dei conti è solo impotenza, che non avendo più armi a sua disposizione per odiare, si dimena in disperati tentativi di ristabilire il controllo della situazione. Questo vale per Putin come per il resto del mondo. Putin usa le armi perché è impotente a usare altri mezzi per conquistare, mentre tutti gli altri, sapendo che non possono usare le armi convenzionali, cercano di usare le armi del diritto, che al momento sembrano avere un effetto relativo. Sembriamo tutti impotenti davanti alle guerre e all’odio. Fatto salvo per quello sparuto gruppo di persone che non pensano alla guerra ma alle persone.

La cultura della cura

Noi preferiamo coltivare la cura, preferiamo pazientemente lavorare per la cultura della cura, del prendersi cura dell’altro e di noi stessi innanzitutto. Le espressioni umane di questa coltivazione non hanno limiti, spaziano su tutto lo spettro che le passioni possono pensare. La musica, intesa come cura delle emozioni, la politica, intesa come cura della comunità umana, l’arte, intesa come cura del bello, la lettura, intesa come cura del pensiero, sono solo alcune applicazioni della cultura della cura, del prendersi cura di noi stessi e di tutti gli altri. Così il musicista suona per sé innanzitutto (gli piace) e suona per gli altri, sperando che qualcuno lo ascolti. Il sindaco ha piacere ad occuparsi della sua città e si mette a disposizione dei suoi concittadini. L’artista dipinge per sé, ma anche perché qualcuno guardi le sue opere. Lo scrittore scrive per sé, ma anche perché qualcuno lo legga.

La cultura della cura è sempre individuale e relazionale allo stesso tempo, ed è pacifica. Quando la passione, il desiderio governano il soggetto, la guerra non è neanche pensabile.

Pace

Il governo di se stessi viene prima di qualsiasi governo politico degli Stati.

A quale governo rispondono i moltissimi che si stanno rendendo disponibili ad aiutare le persone?  Non mi riferisco dunque a chi rifornisce di armi l’Ucraina, ma ai tanti che si sono resi disponibili ad aiutare quel popolo martoriato con gesti semplici ma vitali, così come i tanti che sono disponibili ad ospitare i profughi. Ecco, costoro in fondo non stanno pensando alla guerra, ma alle persone, ad accoglierle e prendersene cura. Questi uomini, questo popolo, sono governati da un’altra cultura.

Ecco dunque che ritorna la cultura della cura, non come opposizione alla guerra, ma come un’altra cultura, la cultura del diritto del singolo a star bene, ad essere rispettato, accolto, sfamato, eccetera.

La cultura della cura non conosce guerra, non vorrebbe nemmeno sentirne parlare. Ricordo che Papa Francesco è stato uno dei primissimi promotori della cultura della cura. Ma allora di cosa parliamo quando diciamo che vogliamo la pace? Quanto tempo ci metteremo a pensarla veramente e a costruire una civiltà della pace?  Questo capitolo dei rapporti fra uomini è ancora tutto da scrivere e risulta chiaro che sarà possibile solo se lo scriveremo all’interno di una cultura della cura. Coltivazione continua e fedele di questo pensiero dell’altro come amico, come compagno, come alleato sulla strada dell’avventura umana.

La cultura della cura produce pace. Tutte quelle persone di buona volontà che in questo momento stanno agendo per ospitare, portare aiuti, cibo, medicinali ecc. praticano la cultura della cura.

Immaginando questo popolo di persone civili (questa è la vera civiltà) vien facile accorgersi che sono in pace loro per primi. Non sono innanzitutto i ricchi o i potenti quelli che aiutano, ma è il popolo, proprio inteso come persone normalissime, magari in difficoltà economiche, magari con poco spazio in casa, eppure ospitano, accolgono. I loro problemi personali non prevalgono sulla disponibilità proprio perché in pace con loro stessi, perché la pace è uno stato innanzitutto personale.

Osservando Papa Francesco (non bisogna essere credenti per osservarlo), come rappresentante di un uomo pacificato, non può sfuggire quella serenità di chi ha fatto pace con se stesso, che nonostante porti su di se tanti mali del mondo e di questo ne soffra, ha trovato quella serenità che non è concepibile per i Potenti.

Non è in discussione il modo in cui egli ha trovato questa pace, e nella libertà umana possono essere infinite le strade attraverso le quali l’uomo ci può arrivare. Quindi evitiamo di fissarci sull’idea che l’unica soluzione sia la religione, da cui deriverebbe un tentativo di conversione forzata dei non credenti.

Preferisco pensare all’osservazione di Francesco: “siamo tutti sulla stessa barca” e dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri.

Siamo fragili, ma questa non è debolezza, siamo semplici, ma questa non è stupidità, siamo disarmati, ma questa non è impotenza.

L’unione fa la forza: la compagnia degli uomini è la forza, quella compagnia di chi sa bene che “nessuno si salva da solo” (e non solamente dalla guerra).

Dialogo con Daniele Mencarelli a partire dal suo ultimo libro “Sempre Tornare” ed. Mondadori

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L’Associazione De Gasperi di Legnano insieme alla Libreria Nuova Terra, con il Centro Culturale Don Francesco Checchi di Magnago e l’Associazione Odòn, in collaborazione con AIC Associazione Italiana Centri Culturali invitano al

DIALOGO CON DANIELE MENCARELLI
a partire dal suo ultimo libro “Sempre Tornare” edito da Mondadori

Mercoledì 12 Gennaio 2022 – ore 21:15
Libreria Nuova Terra (Via Giolitti, 14 – Legnano)

Per la partecipazione è necessario registrarsi al link: https://www.cognitoforms.com/SegreteriaLegnano/PresentazioneLibroSempreTornare in modo da rispettare le attuali normative.

Super Green Pass e mascherina obbligatori.

L’incontro sarà trasmesso anche in diretta streaming sui canali Facebook e YouTube dell’Associazione De Gasperi, del Centro Culturale Don Francesco Checchi, dell’Associazione Odòn e della Libreria Nuova Terra.

Daniele Mencarelli è nato a Roma nel 1974. Vive ad Ariccia. È poeta e narratore. La sua ultima raccolta è Tempo circolare (poesie 2019-1997), Pequod, 2019. Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima). Tutto chiede salvezza, il suo secondo romanzo, è uscito nel 2020 e ha vinto il premio Strega Giovani. Con Sempre tornare si chiude un’ideale trilogia autobiografica iniziata con La casa degli sguardi. Collabora, scrivendo di cultura e società, con quotidiani e riviste.


SEMPRE TORNARE
È l’estate del 1991, Daniele ha diciassette anni e questa è la sua prima vacanza da solo con gli amici. Due settimane lontano da casa, da vivere al massimo tra spiagge, discoteche, alcol e ragazze. Ma c’è qualcosa con cui non ha fatto i conti: se stesso. È sufficiente un piccolo inconveniente nella notte di Ferragosto perché Daniele decida di abbandonare il gruppo e continuare il viaggio a piedi, da solo, dalla Riviera Romagnola in direzione Roma. Libero dalle distrazioni e dalle recite sociali, offrendosi senza difese alla bellezza della natura, che lo riempie di gioia e tormento al tempo stesso, forse riuscirà a comprendere la ragione dell’inquietudine che da sempre lo punge e lo sollecita. In compagnia di una valigia pesante come un blocco di marmo, Daniele si mette in cammino, costretto a vincere la propria timidezza per chiedere aiuto alle persone che incontra lungo il tragitto: qualcosa da mangiare, un posto in cui trascorrere la notte.

Troverà chi è logorato dalla solitudine ma ancora capace di slanci, chi si affaccia su un abisso di follia, sconfitti dalla vita, prepotenti inguaribili. E incontrerà l’amore, negli occhi azzurri di Emma. Ma soprattutto Daniele incontrerà se stesso, in un fitto dialogo silenzioso in cui interpreta e interroga senza sosta ciò che gli accade, con l’urgenza di divorare il mondo che si ha a diciassette anni, di comprendere ogni cosa e, su tutto, noi stessi: misurare le nostre forze, sapere di cosa siamo fatti, cosa può entusiasmarci e cosa spegnerci per sempre. Questo viaggio lo battezzerà infine all’arte più grande di tutte. L’arte dell’incontro. Daniele Mencarelli ha scritto un romanzo vitale, picaresco e intimo, che ha dentro il sole di un’estate in cammino lungo l’Italia, l’energia impaziente dell’adolescenza e la lingua calibratissima e potente di uno scrittore al massimo della sua forma.