INCONTRO: “L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere”

Incontro con:

Enrica Ciccarelli – pianista e presidente della Fondazione La Società dei Concerti

Guido Rimonda – violinista e direttore musicale dell’Orchestra Camerata Ducale

Cristina Canziani Rimonda – pianista e direttore artistico dell’Orchestra Camerata Ducale

Giulia Rimonda – violinista  


moderato da Enrico Parola, giornalista e critico musicale

Musicisti e organizzatori di eventi e stagioni musicali: vogliamo incontrarli con il desiderio di conoscere di più la loro esperienza umana e professionale e scoprire come l’amore per la bellezza e la passione per la musica li hanno accompagnati e sostenuti in questo periodo, costretti lontano dal palcoscenico.

IN COLLEGAMENTO ZOOM E IN DIRETTA STREAMING SUL CANALE YOUTUBE DELL’ASSOCIAZIONE DE GASPERI

https://us02web.zoom.us/j/89028503155
Meeting ID: 890 2850 3155

DOVE POGGIA IL NOSTRO CUORE – Incontro con Silvio Cattarina

In collegamento via ZOOM da Legnano e Pesaro: DOVE POGGIA IL NOSTRO CUORE – Incontro con Silvio Cattarina

Un dialogo con Silvio Cattarina fondatore della comunità terapeutica “L’Imprevisto” di Pesaro. Un aiuto a come, tra fatiche e gioie, possa essere vissuta la vita come opportunità che la realtà ci dà per comprendere e verificare dove poggia il nostro cuore.

Da Legnano, in collegamento Zoom
DOVE POGGIA IL NOSTRO CUORE
Incontro con Silvio Cattarina
Martedì 28 Aprile 2020 – ore 21:00

IN RICORDO DI GIUSEPPINA MARCORA

L’associazione Alcide De Gasperi ricorda, in occasione della sua la scomparsa nella sua casa di Legnano, all’età di 100 anni recentemente festeggiati, la significativa figura di Giuseppina Marcora, sorella di Giovanni Marcora, esponente insigne del contributo dei cattolici alla lotta partigiana di liberazione, attraverso la sua biografia, ripresa dal sito del Centro Studi Marcora di Inveruno.

BIOGRAFIA DI GIUSEPPINA MARCORA, SORELLA DI GIOVANNI MARCORA
di GIANNI MAININI

Giuseppina Marcora nasce a Inveruno il 23 febbraio del 1920. Dopo gli studi, ancor giovanissima, inizia a lavorare in un mobilificio a Milano. L’aria che si respira in casa è quella della libertà, contraria alla oppressione del regime. Anche perché il fratello Giovanni (Albertino) è uno dei primi giovani della schiera di Don Albeni, coadiutore a Cuggiono, che spinge a scegliere la montagna per opporsi al fascismo. A mezzo del fratello e nell’ambiente resistenziale incontra molti partigiani: Bruno Bossi, Gianangelo Mauri, Peppino Miriani, Angelo e Pinetto Spezia . E più avanti, quando nel dicembre 44 viene costituto il Raggruppamento Di Dio, anche il futuro comandante Rino Pachetti.

Anche don Piero Bonfanti ad Inveruno, come già don Giuseppe Albeni, con cui è in contatto, alleva una schiera di resistenti locali: Gianni Morani, Mario Berra, Alfredo Pizzi… Tutti insieme aderiscono alla brigata Gasparotto, comandata di Angelo Spezia. Marcora andrà in montagna all’inizio in Val Grande, su indicazione di Nino Chiovini, valligiano che risiedeva a Cuggiono, e da lì in Val Toce e nell’Ossola. Diventerà vice di Eugenio Cefis (Alberto) e costituirà il Raggruppamento divisioni patrioti Alfredo Di Dio.

Giuseppina assieme ad Antonietta Chiovini (sorella di Nino) diviene subito un suo sostegno, importante legame con la Resistenza al monte. Trasporta informazioni, giornali, dispacci, armi, viveri: parte da Milano od anche da Inveruno, durante la settimana e più spesso al sabato, e a Saronno prende le Nord. Arriva a Laveno, traghetta a Baveno, e consegna i preziosi carichi ai partigiani pronti a riceverli allo sbarco. Naturalmente molte sono le volte che viene fermata, molti sono i rischi che corre, nascondendo materiale nei cappotti e nelle borse, e grazie anche alla sua spigliatezza e alla sua avvenenza riesce sempre a portare a termine indenne la sua missione.

Racconta Giuseppina: “Ricordo che nella primavera del 44 dopo aver ritirato dei timbri in casa di Eugenio Cefis incappai a Meina in un posto di blocco fascista davanti all’Hotel Sempione .Mi fecero scendere giù dalla bicicletta e mi chiesero dove fossi diretta con quel pacchetto. Sui due piedi inventai la storia che doveva andare a trovare la nonna malata in Ospedale ad Arona. Mi andò bene perché mi lasciarono passare. Un’altra volta, dopo aver fatto una consegna di una pistola e di un vestito al capitano Marvelli all’Istituto Salesiano di Intra, rimasi a notte inoltrata senza un ricovero e solo grazie alla solidarietà della famiglia di un barcaiolo trovai rifugio fino alla mattina dopo.”

Un altro episodio cruciale avvenne nella primavera, il 7 aprile del 44: “Albertino era tornato momentaneamente a casa: i fascisti fecero irruzione per catturarlo. Io sbarrai la porta e nei pochi istanti prima del loro ingresso. Albertino riuscì a fuggire dalla finestra e poi nel canale Villoresi asciutto”.

Giuseppina è molto fiera degli innumerevoli attestati di riconoscenza ottenuti per la sua attività partigiana. Tra tutti quel Certificato di Patriota rilasciato a nome delle Nazioni Unite dal Maresciallo Alexander comandante supremo alleato delle forze nel mediterraneo centrale. O quello del CLN Corpo Volontari Libertà firmato da Giorgio Migliari Aminta del SIMNI (Servizio Informazioni Militari Nord Italia), o quello del’OSS (Office Strategic Service) del Governo degli Stati Uniti per la collaborazione data alla vittoria alleata (riferendosi al supporto alla missione Chrysler), e naturalmente quello della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, come appartenete al Raggruppamento di Dio. Ed ancora dell’Esercito Italiano che la riconosce come “partigiana combattente”.

Apprezzamenti sono stati espressi anche dal Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi in un messaggio del 2003 che recita: ”Desidero esprimerle il mio apprezzamento per il suo coraggioso contributo alla lotta di Liberazione. La memoria degli eventi di cui la nostra generazione è stata testimone alimenta la conoscenza e la coscienza dei giovani. Il suo impegno per la libertà e la democrazia costituiscono un esempio per una autentica educazione civile. Unendomi a Lei nel ricordo di suo fratello Giovanni le invio i miei più cari saluti che la prego di estendere anche ai suoi figli”.

Nel ventennale della Liberazione, celebrato a Inveruno in autunno del 1995, in occasione della X edizione del Premio Marcora, il Centro Studi Marcora ha conferito alla signora Giuseppina Marcora un riconoscimento, anche in rappresentanza dell’associazione partigiani locale, aderente alla FIVL Raggruppamento Fratelli Di Dio di Busto Arsizio, con questo volendo “rendere un contributo o alla sua stimatissima persona che ha avuto un compito di collegamento e coordinamento, di staffetta tra il piano e il monte. Questa preziosa funzione di tessitura ha permesso a chi era al monte di continuare i contatti e ricevere rifornimenti, in una parola ha permesso alla Resistenza di funzionare”.

Infine, numerosi gli attestai della FIVL Federazione Italiana Volontari della Libertà e del Raggruppamento Di Dio, e da ultimo la medaglia d’onore conferita in occasione delle celebrazioni del 70°della Liberazione, nel 2015.

Giuseppina ancor oggi ammonisce: ”Ci siamo impegnati e abbiamo rischiato molto perché l’Italia fosse un Paese libero. Le giovani generazioni ricordino!”

La De Gasperi al tempo del COVID-19 #5

Una serie di contributi per farci compagnia in questi tempi di “reclusione forzata”.

La AAL (Associazione Artistica Legnanese) contribuiscono con una loro iniziativa a sostenere la raccolta fondi avviata dalla Fondazione degli Ospedali del territorio per l’acquisto di materiali e macchinari destinati all’emergenza Coronavirus.

L’Associazione De Gasperi Legnano rilancia questa bellissima iniziativa, dove è coinvolto anche il nostro vicepresidente Roberto Trucco, che ringraziamo per la lodevole iniziativa.

Gli artisti dell’AAL-Associazione Artistica Legnanese (presso la Famiglia Legnanese) donano una propria opera a scelta, fra quelle che verranno riportate sul sito Facebook dell’AAL Associazione Artistica Legnanese e su YouTube (video in copertina), a chi farà un versamento direttamente alla Fondazione degli Ospedali (secondo le modalità indicata nella locandina della Fondazione) per un importo pari a 300 euro (nel caso ci siano più richieste per una medesima opera saranno sostituite da quelle di altri autori sino ad esaurimento).

L’opera, che andrà indicata nella causale del versamento alla Fondazione, sarà consegnata a fine raccolta fondi in base a quanto comunicato dalla Fondazione stessa.

La De Gasperi al tempo del COVID-19 #3

Una serie di contributi per farci compagnia in questi tempi di “reclusione forzata”.

Il Centro Culturale di Milano ci invia un contributo per guardare a questa situazione come una occasione.

Il tempo della persona

Ti rivolgiamo un pensiero e lo rivolgiamo anche a noi stessi, volendo riecheggiare quell’intento che anima il Centro, sia in chi propone sia in chi suggerisce, in chi partecipa, uscendo il pomeriggio o la sera per incontrarsi qui, o in chi segue in questi giorni a distanza. La prima cosa, il primissimo moto, sarebbe il desiderio di essere vicini, a contatto con chi soffre o ha lasciato i suoi cari. Questa vicinanza fisica è la cultura perché essa è un gesto che poi -solo poi- diventa parole, testo, riflessione, immagine, musica. Questo gesto è essere presso la Verità, desiderarla, tesi a essa, vicini fisicamente a lei. In questi giorni di reinvenzioni digitali per imitare tale vicinanza, a testimoniare quanto questo gesto ci manchi nella sua realizzazione pratica, non si può negare l’assoluta verità che si manifesta nel bisogno e nel suo metodo che risiede in quella vicinanza all’avvenimento, alla verità. Ma non basta imitare il modo o moltiplicare gli eventi: quel che sta accadendo invita a qualcosa che non sia meno del ricapirlo e riscoprire da dove proviene. Questa cultura, questo valore del gesto, infatti, da noi si sono espressi e diffusi per calore induttivo da quel momento in cui “il Verbo si è fatto carne e ha preso ad abitare, fisicamente, in mezzo a noi” e per la scelta di seguire, anche nel quotidiano, tale vertice. Per questo da subito ci sono sembrate vere e nuove -sin dai primi giorni, da quando ci si è soffermati sul #milanononsiferma a quando si è passati a #iorestoacasa – le parole di Giovanni Testori, uno degli iniziatori e sostenitori delle origini della nostra presenza culturale. “La cultura non credo sia la letteratura, il teatro, la scienza, la poesia; io credo invece che la cultura (una definizione che più o meno vado ripetendo) sia la forma che prende e onora la conoscenza, la coscienza religiosa della vita in un determinato momento della storia. Quindi praticamente tutta l’esistenza è cultura di tutti gli uomini, quando diventa forma di questa coscienza religiosa. Allora è cultura come uno vive, come dorme, come si muove, come pensa, come studia, come lavora; è cultura una madre, un padre, è cultura la famiglia, è cultura, soprattutto, la liturgia, ed è cultura l’operare in un giornale, i romanzi, la poesia, la pittura, dentro questa totalità; separata, io non credo sia più cultura.” Non basta cambiare pelle, non serve domare l’imprevisto con la voce familiare della nostra riflessione o di giuste previsioni. Occorre avvertire l’invito a un cambiamento di sé, insito nella circostanza che tutti viviamo. Le cose non ci cambiano da sole o automaticamente, se non in peggio e, se in meglio, sarebbe solo questione di fortuna. Cosi come un figlio non è sufficiente a ricomporre una lontananza profonda tra un uomo e una donna. Occorre scorgere e cogliere quale sia questo “invito”. Quell’ “invito a qualcosa di promettente”, come ci siamo prefissi nel tema del Centro di quest’anno. Una parola che rinvia oltre sé, questo è il mondo, questa è la realtà: un invito a qualcosa di promettente.

In questi giorni molte originali riflessioni ci parlano e dicono, riguardo alla fiducia, a rapporti nuovi, che la globalizzazione non è e non è stata la comunità. Se l’evidenza positiva di questi giorni è dunque che, siccome siamo a distanza, ognuno è sospinto a credere che ciascuno stia guardando il mondo in modo più giusto, più serio, più pensando agli altri, magari cedendo da un suo primo scetticismo o realismo navigato, noi pensiamo che si debba appartenere, lasciarsi appartenere a quella evidenza che tutto non si fa da sé e far diventare propria, personale, questa dimensione. Come? Imparando e guardando. Ad esempio i ragazzi nella scuola online che dicono “non è per la interrogazione o la verifica.. ma dovrebbe essere sempre così, perchè alla fine lo fai perchè finisci per innamorarti delle cose che fai e non la senti come un’oppressione” o gli infermieri e i medici che dicono “non sono solo un infermiere, sono anche il saluto, la carezza a chi muore da solo..” La circostanza che viviamo non sarà vana, non solo organizzativamente, se sapremo credere, fino in fondo, in quella coscienza e religiosità di cui parla Testori e farne la nostra vita.

Per questo desideriamo condividere ancora un pensiero, questa volta tratto da uno dei nostri grandi maestri, Charles Peguy, segnalato da don Giussani nel suo libro “Generare tracce nella storia del mondo” (ed. Rizzoli) per descrivere cosa sia appartenere a un popolo, a una scelta, a una chiamata. Un brano tratto da i Cahiers de la Quinzaine”, la rivista che vedeva il giornalista saggista francese praticamente unico redattore e spedizioniere.

“Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della filiazione, non per le vie scolastiche della discepolanza”. La risonanza nuova nasce da un gesto, dal credito continuo a un affetto e a una ragione che lo sostiene. Sarebbe, in altre parole, voler toccare la fonte, bere da essa, direttamente. Non solo: che divenga in noi fonte che zampilla.

La De Gasperi al tempo del COVID-19 #2

Una serie di contributi per farci compagnia in questi tempi di “reclusione forzata”.

L’AIC (Associazione Italiana Centri Culturali) ci invia un contributo per guardare a questa situazione come una occasione.

L’avventura della cultura

Stiamo vivendo un momento complicato, che rende difficile lo svolgimento della vita sociale in una cornice di normalità. La cancellazione di molti eventi promossi dalla rete dei Centri culturali associati ad AIC a causa dell’attuale emergenza ci sollecita nella comprensione del senso, del modo e del valore della nostra presenza culturale.  

Cosa viene meno per il fermarsi di  quel flusso comunicativo ed espressivo di relazioni sociali che dà vita ad un evento culturale? Cosa manca a noi e alla società se un evento culturale (da un dibattito scientifico, alla proiezione di un film, ad una serata di ascolto musicale) viene sospeso ?  La cultura per noi è strumento di ripresa della vita, come intitolava un Convegno del Centro Culturale San Carlo nel 1981  che intendeva celebrare la visita di Giovanni Paolo II all’Unesco, appuntamento storico per la cultura mondiale.  Grazie alla cultura l’uomo vive una vita veramente umana e preserva una domanda di senso e perciò una apertura al mistero, a qualcosa di più grande che rinnova sempre una possibilità aldilà di situazioni storico – sociali in atto. 
Mai come in queste circostanze appare evidente che, secondo le parole del filosofo Alain Finkelkraut, più volte ospite dei nostri centri, all’origine di ogni cultura vi è sempre un avvenimento «qualcosa che irrompe dall’esterno. Un qualcosa di imprevisto. Ed è questo il metodo supremo di conoscenza». Anche nelle sue espressioni più formali infatti la cultura non può mai perdere il legame con l’esperienza, di cui, secondo don Luigi Giussani, è una rielaborazione critica e sistematica.

Per noi la cultura è coscienza che mobilita a rintracciare l’avverarsi dell’umano e che dilata la nostra compagnia a tutto il mondo, perchè affonda le sue radici nell’esperienza del fatto cristiano che continuamente ci prende non lasciandoci in balia dei sommovimenti della storia.  Questo periodo può essere quindi un’occasione per riscoprire e approfondire modi di comunicazione e rendere più dinamico il nostro sito, la newsletter e gli altri strumenti con aggiornamenti continui riguardo a testimonianze positive di affronto dell’emergenza o a temi culturali che avremmo svolto sul territorio.
Che responsabilità abbiamo se non quella di testimoniare la novità di vita che ci prende e ci rinnova lo sguardo ogni giorno?  Questa è l’avventura della cultura