Chi fa la guerra รจ chi non รจ in pace con se stesso. Per fare e volere la pace bisogna cambiare mentalitร : desiderare la cura. La lezione di papa Francesco
di Carlo Arrigone
Leggi su ilsussidiario.net
on si parla dโaltro, cioรจ non si pensa ad altro, e questo dovrebbe dirci qualcosa sulla nostra poca libertร di pensiero, su quanto sia fissato e ossessionato il nostro pensiero. Questo possiamo osservarlo indipendentemente dal contenuto: veniamo da un lungo periodo in cui non si รจ parlato dโaltro che di virus (numeri, coprifuoco, guerra alla pandemia, morti), ora ci siamo infilati nel pensiero monotematico in cui non si parla dโaltro che di Putin (Russia, Ucraina, guerra, morti).
Dovrebbe essere facile osservare che il pensiero รจ lo stesso: la guerra. Poco importa se alle piantine dellโItalia, divisa in regioni rosse o bianche, si sono sostituite le piantine dellโUcraina, se ai numeri di Covid si sono sostituiti i morti per i bombardamenti, se alla battaglia per combattere la pandemia si รจ sostituita la strategia di Putin e la strategia per combattere Putin.
Abbiamo sempre in testa la guerra. Addirittura in medicina si parla di guerra alla malattia. In fondo anche i pacifisti hanno sempre in mente la guerra, nel loro continuare a professare il โno alla guerraโ.
Dovremmo aver il coraggio, per una volta, di concludere che โabbiamo la guerra in testaโ e che la conflittualitร con lโaltro รจ lโespressione di una guerra che รจ dentro ciascuno di noi, anche se solo in alcune occasioni emerge.
Il conflitto irrisolto
Ma questo ha presa sul nostro pensiero, solo in chi non ha risolto la guerra (il conflitto) che ha dentro. Lโessere umano รจ ambivalente; in lui albergano sempre due spinte che sono (apparentemente) in contraddizione: la pulsione di vita e la pulsione di morte, come Freud ci ha insegnato. Possiamo facilmente riconoscerla in amore e odio, attrazione e repulsione, piacere e disgusto, guerra e pace ecc. Ma, se nella persona normale questa ambivalenza si risolve nel prevalere della spinta vitale sulla spinta mortifera, nella persona irrisolta il conflitto rimane aperto e diventa tutto interno al soggetto. Questo porta ad una serie di contraddizioni, che vediamo nei repentini cambi di fronte nei rapporti: gli amori apparentemente piรน forti si trasformano in odio viscerale, le persone piรน pacifiche si possono trasformare in nemici estremamente determinati e aggressivi e cosรฌ via.
La stessa cosa possiamo notarla, ad esempio, nei repentini cambi di umore e nellโalternarsi di euforia e depressione. In altre parole, il conflitto esterno, che sia un conflitto tra due o guerra tra nazioni, รจ comprensibile se lo riconosciamo come conflitto interno.
La cultura della guerra
Dobbiamo riconoscere che esiste una cultura della guerra in cui siamo tutti immersi. Basti pensare a quanti sognano che Putin venga โfatto fuoriโ, cioรจ ucciso. โFare fuoriโ fa parte del nostro linguaggio abituale: โfacciamola fuoriโ รจ un modo di pensare alla soluzione di un alterco; โti faccio fuoriโ รจ un modo simbolico per segnalare la rabbia verso unโaltra persona.
Cultura che si puรฒ intendere come coltivazione: non si coltiva solo lโinsalata, si coltivano anche i pensieri. Ed eccoci tornati al punto di inizio: non abbiamo in testa altro, vuol dire che noi coltiviamo continuamente, testardamente il pensiero della guerra, in tutte le forme in cui la possiamo concepire.
I mezzi di comunicazione non sono certo innocenti su questo, anzi dettano i tempi e i temi del nostro pensare.
Lโimpotenza
Tutti quanti in questi giorni ci siamo sentiti impotenti, sia a livello personale, sia nella piรน grande comunitร delle Nazioni. Lโimpotenza รจ la vera faccia del Potere. Perchรฉ il Potere in fin dei conti รจ solo impotenza, che non avendo piรน armi a sua disposizione per odiare, si dimena in disperati tentativi di ristabilire il controllo della situazione. Questo vale per Putin come per il resto del mondo. Putin usa le armi perchรฉ รจ impotente a usare altri mezzi per conquistare, mentre tutti gli altri, sapendo che non possono usare le armi convenzionali, cercano di usare le armi del diritto, che al momento sembrano avere un effetto relativo. Sembriamo tutti impotenti davanti alle guerre e allโodio. Fatto salvo per quello sparuto gruppo di persone che non pensano alla guerra ma alle persone.
La cultura della cura
Noi preferiamo coltivare la cura, preferiamo pazientemente lavorare per la cultura della cura, del prendersi cura dellโaltro e di noi stessi innanzitutto. Le espressioni umane di questa coltivazione non hanno limiti, spaziano su tutto lo spettro che le passioni possono pensare. La musica, intesa come cura delle emozioni, la politica, intesa come cura della comunitร umana, lโarte, intesa come cura del bello, la lettura, intesa come cura del pensiero, sono solo alcune applicazioni della cultura della cura, del prendersi cura di noi stessi e di tutti gli altri. Cosรฌ il musicista suona per sรฉ innanzitutto (gli piace) e suona per gli altri, sperando che qualcuno lo ascolti. Il sindaco ha piacere ad occuparsi della sua cittร e si mette a disposizione dei suoi concittadini. Lโartista dipinge per sรฉ, ma anche perchรฉ qualcuno guardi le sue opere. Lo scrittore scrive per sรฉ, ma anche perchรฉ qualcuno lo legga.
La cultura della cura รจ sempre individuale e relazionale allo stesso tempo, ed รจ pacifica. Quando la passione, il desiderio governano il soggetto, la guerra non รจ neanche pensabile.
Pace
Il governo di se stessi viene prima di qualsiasi governo politico degli Stati.
A quale governo rispondono i moltissimi che si stanno rendendo disponibili ad aiutare le persone? Non mi riferisco dunque a chi rifornisce di armi lโUcraina, ma ai tanti che si sono resi disponibili ad aiutare quel popolo martoriato con gesti semplici ma vitali, cosรฌ come i tanti che sono disponibili ad ospitare i profughi. Ecco, costoro in fondo non stanno pensando alla guerra, ma alle persone, ad accoglierle e prendersene cura. Questi uomini, questo popolo, sono governati da unโaltra cultura.
Ecco dunque che ritorna la cultura della cura, non come opposizione alla guerra, ma come unโaltra cultura, la cultura del diritto del singolo a star bene, ad essere rispettato, accolto, sfamato, eccetera.
La cultura della cura non conosce guerra, non vorrebbe nemmeno sentirne parlare. Ricordo che Papa Francesco รจ stato uno dei primissimi promotori della cultura della cura. Ma allora di cosa parliamo quando diciamo che vogliamo la pace? Quanto tempo ci metteremo a pensarla veramente e a costruire una civiltร della pace? Questo capitolo dei rapporti fra uomini รจ ancora tutto da scrivere e risulta chiaro che sarร possibile solo se lo scriveremo allโinterno di una cultura della cura. Coltivazione continua e fedele di questo pensiero dellโaltro come amico, come compagno, come alleato sulla strada dellโavventura umana.
La cultura della cura produce pace. Tutte quelle persone di buona volontร che in questo momento stanno agendo per ospitare, portare aiuti, cibo, medicinali ecc. praticano la cultura della cura.
Immaginando questo popolo di persone civili (questa รจ la vera civiltร ) vien facile accorgersi che sono in pace loro per primi. Non sono innanzitutto i ricchi o i potenti quelli che aiutano, ma รจ il popolo, proprio inteso come persone normalissime, magari in difficoltร economiche, magari con poco spazio in casa, eppure ospitano, accolgono. I loro problemi personali non prevalgono sulla disponibilitร proprio perchรฉ in pace con loro stessi, perchรฉ la pace รจ uno stato innanzitutto personale.
Osservando Papa Francesco (non bisogna essere credenti per osservarlo), come rappresentante di un uomo pacificato, non puรฒ sfuggire quella serenitร di chi ha fatto pace con se stesso, che nonostante porti su di se tanti mali del mondo e di questo ne soffra, ha trovato quella serenitร che non รจ concepibile per i Potenti.
Non รจ in discussione il modo in cui egli ha trovato questa pace, e nella libertร umana possono essere infinite le strade attraverso le quali lโuomo ci puรฒ arrivare. Quindi evitiamo di fissarci sullโidea che lโunica soluzione sia la religione, da cui deriverebbe un tentativo di conversione forzata dei non credenti.
Preferisco pensare allโosservazione di Francesco: โsiamo tutti sulla stessa barcaโ e dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri.
Siamo fragili, ma questa non รจ debolezza, siamo semplici, ma questa non รจ stupiditร , siamo disarmati, ma questa non รจ impotenza.
Lโunione fa la forza: la compagnia degli uomini รจ la forza, quella compagnia di chi sa bene che โnessuno si salva da soloโ (e non solamente dalla guerra).